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Israele. Un nome, una terra, un popolo, una fede, una Legge, una lingua, una civiltà, uno Stato. Un simbolo tra le nazioni.
Ecco perché la soluzione a due stati “deve” fallire
post pubblicato in Diario, il 17 maggio 2012
Di Moshe Dann
La comunità internazionale non riesce a capire come mai non sortiscano risultati positivi tutte le sue pressioni per portare avanti un “processo di pace” che richiederebbe agli arabi palestinesi di rinunciare alla loro lotta contro lo stato ebraico. La risposta è che il conflitto non riguarda il territorio, bensì l’ideologia: cioè il palestinismo, che sta alla base della guerra che da circa cento anni viene condotta contro il sionismo e lo stato di Israele in quanto storica patria nazionale del popolo ebraico. Per gli arabi, per i palestinesi e per gran parte dei musulmani ciò fa parte di una più vasta jihad, una sorta di lotta permanente contro l’infedele. […] Se non si coglie questo concetto, è impossibile capire il palestinismo, la sua missione storica e i suoi leader. È questo concetto che spiega non solo perché “il processo di pace” fallisce, ma anche perché “deve” fallire. Tutti gli sforzi per imporre uno stato palestinese (la soluzione “a due stati”) sono condannati a fallire per una semplice ragione: i palestinesi quello stato non lo vogliono. L’obiettivo primario del nazionalismo palestinese era ed è quello di cancellare lo stato d’Israele, di non permettere che esista. Qualunque forma di indipendenza palestinese che accetti di convivere con una sovranità israeliana su quella che loro ritengono terra musulmana rubata dagli ebrei è, per definizione, un’eresia. È un concetto enunciato molto chiaramente sia nella Carta fondamentale dell’Olp che in quella di Hamas. Il palestinismo non è un’identità nazionale, quanto piuttosto un costrutto politico sviluppato come parte di un aggressivo programma terroristico quando venne fondata l’Olp, nel 1964. Rappresentava un modo per distinguere fra arabi ed ebrei, e tra gli arabi che vivevano dentro Israele sin dal 1948 rispetto agli altri arabi. I termini “arabi palestinesi” o “arabi di Palestina” non sono invenzioni di colonialisti e stranieri: essi compaiono nei loro stessi documenti ufficiali. L’identità palestinese coincide con la lotta per “liberare la Palestina dai sionisti”, ed è diventata una causa internazionale che ha legato fra loro i musulmani nel quadro di una jihad con implicazioni molto più ampie: una sorta di rivoluzione islamica permanente. Il palestinismo ha funzionato come alibi e giustificazione di questa jihad. Ma storicamente gli arabi che vivevano in Palestina consideravano se stessi parte della “grande nazione araba”, come emerge anche dai documenti dell’Olp. Si raccolsero attorno al mufti filo-nazista Haj Amin Hussein non per via di una loro identità nazionale, ma per odio verso gli ebrei. La loro lotta oggi non consiste nel conseguire l’indipendenza accanto a Israele, ma nel sostituire Israele con uno stato arabo musulmano. Pertanto le proposte su “due stati”, con l’indipendenza palestinese come obiettivo territoriale, di fatto contraddicono il palestinismo, dal momento che ciò significherebbe la fine della loro lotta per sradicare Israele. Il che spiega come mai nessun leader palestinese accetterà di arrendersi alle richieste occidentali e sioniste, e come mai accettare un compromesso è considerato un anatema. Indipendenza (accanto a Israele) significherebbe negare il carattere di “nakba” (catastrofe) della nascita d’Israele nel 1948; significherebbe ammettere che tutto ciò per cui si è combattuto e tutti i sacrifici fatti sono stati vani. Significherebbe abbandonare (cioè, lasciare che si integrino altrove) cinque milioni di arabi che vivono in 58 “campi profughi” sponsorizzati dall’Unrwa in Giudea e Samaria (Cisgiordania), nella striscia di Gaza, in Libano, Siria e Giordania, e centinaia di migliaia di altri sparsi per il mondo: non sarebbero più considerati “profughi”, il che significherebbe la perdita di quel miliardo e passa di dollari che l’Unrwa riceve ogni anno. Indipendenza significherebbe abbandonare la “lotta armata”, vera chiave di volta dell’identità palestinese; significherebbe svelare che il concetto di palestinismo creato dall’Olp e accettato dall’Onu, dai mass-media e anche da vari politici israeliani, è una falsa identità con un falso scopo. Significherebbe che tutte le sofferenze patite per cancellare Israele sono state inutili. L’indipendenza comporterebbe assumersi responsabilità e porre fine all’istigazione all’odio e alla violenza, fare i conti con fantasie come la “archeologia palestinese” o la “società e cultura palestinese”, richiederebbe di costruire un autentico nazionalismo, con istituzioni giuste e trasparenti. Significherebbe anche, naturalmente, porre fine al conflitto, porre fine al terrorismo e all’istigazione, porre fine alla guerra civile fra laici e islamisti, fra tribù e clan, porre fine alla corruzione, all’arbitrio, all’illegalità e dare vita a un governo autenticamente democratico. Accettare Israele significherebbe la fine della Rivoluzione Palestinese: un tradimento in termini nazionali e un’eresia in termini islamici. In questo contesto, per i palestinesi e per gran parte dei musulmani il “processo di pace” non è che una metafora della sconfitta.
(Da: YnetNews, 1.5.12)
Mell’immagine in alto: tutta la pubblicistica palestinese conferma regolarmente che “l’identità palestinese coincide con la lotta per liberare la Palestina dai sionisti” e che “l’obiettivo primario del nazionalismo palestinese è quello di cancellare lo stato d’Israele: non conseguire l’indipendenza accanto a Israele, ma sostituire Israele con uno stato arabo musulmano".
Il vero problema dei profughi palestinesi
post pubblicato in Diario, il 16 maggio 2012
Di Clifford D. May
Poco dopo la seconda guerra mondiale gli inglesi abbandonarono l’India, che era stata divisa in due nazioni indipendenti: una a maggioranza hindu, l’altra a maggioranza musulmana. Più di sette milioni di musulmani sfollarono verso il territorio che sarebbe diventato il Pakistan; un numero analogo di hindu e sikh sfollò verso l’India. Oggi non c'è uno solo di quei musulmani, sikh e hindu che sia ancora nella condizione di profugo. Poco dopo la seconda guerra mondiale gli inglesi abbandonarono la Palestina, che era stata divisa in due nazioni indipendenti: una a maggioranza ebraica, l’altra a maggioranza musulmana. Circa 750.000 musulmani lasciarono il territorio che sarebbe diventato Israele; un numero analogo di ebrei lasciò le terre arabo-musulmane. Oggi non c'è uno solo di quegli ebrei che sia ancora nella condizione di profugo. Viceversa, vi sono ancora i profughi palestinesi. Anzi, il loro numero si è moltiplicato per cinque. Come è possibile? Attraverso due meccanismi. Innanzitutto un profugo è, per definizione, una persona che vive su suolo straniero, ma non nel caso dei palestinesi per i quali la definizione di profugo è stata allargata fino a comprendere anche i palestinesi sfollati all’interno del territorio palestinese. In secondo luogo, l’ente internazionale responsabile del reinserimento dei profughi, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, è stato tagliato fuori sin dall’inizio mentre veniva appositamente creato un nuovo ente, l’Unrwa (United Nations Relief and Works Agency), esclusivamente destinato ai profughi palestinesi. Nel 1950 l’Unrwa definiva “profugo palestinese” chiunque avesse “perduto la sua casa e i suoi mezzi di sussistenza” durante la guerra lanciata dai paesi arabo-musulmani come reazione alla dichiarazione d’indipendenza d’Israele. Quindici anni dopo l’Unrwa decideva – contro il parere degli Stati Uniti – di considerare “profughi” anche i figli, i nipoti e i pronipoti di coloro che avevano lasciato il territorio israeliano. E nel 1982 l’Unrwa estendeva ulteriormente la definizione sino a coprire tutte le generazioni successive. Per sempre. In base alle regole dell’Unrwa, il discendente di un profugo palestinese rimane “profugo palestinese” anche se acquisisce la cittadinanza di un altro paese. Ad esempio, dei due milioni di profughi palestinesi ufficialmente registrati in Giordania, tutti tranne 167.000 posseggono la cittadinanza giordana (in effetti, circa l’80% della popolazione giordana è palestinese, cosa che non sorprende dal momento che la Giordania stessa occupa più di tre quarti del territorio storicamente denominato Palestina). Adottando questa politica, l’Unrwa viola in modo flagrante la Convenzione del 1951 relativa allo status di profugo, la quale afferma chiaramente che una persona cessa di essere considerata profugo se “ha acquisito una nuova cittadinanza e gode della protezione del paese della sua nuova cittadinanza”. Ma il programma dell’Unrwa è quello di far crescere all’infinito, anziché ridurre, la popolazione profuga palestinese. Secondo le proiezioni dell’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati, nel 2030 l’elenco ufficiale Unrwa dei profughi palestinesi arriverà a 8 milioni e mezzo. Nel 2060 il numero di profughi palestinesi sarà 25 volte quello dei profughi Unrwa del 1950, anche se verosimilmente non uno di quelli che effettivamente lasciarono Israele sarà ancora in vita. Chiunque può capire cosa significherebbe se a tutti questi “profughi” venisse effettivamente riconosciuto il “diritto” al “ritorno” in Israele. “Sul numero dei profughi – ha affermato il 24 marzo 2009 lo stesso presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) – è illogico chiedere a Israele di prendersene cinque milioni, o anche solo un milione, perché significherebbe la fine di Israele”. Ma naturalmente, proprio questo è l’obiettivo. I discendenti di coloro che sfollarono più di sessant’anni fa, quando venne respinta la prima offerta di quella che poi ci saremmo abituati a chiamare la “soluzione a due stati”, vengono usati come pedine per impedire la soluzione a due stati: adesso e in futuro. Accrescendo continuamente in modo abnorme e artificiale il numero dei profughi, mantenendo questa popolazione in condizioni di povertà, dipendenza e rabbia, lasciando intendere che il “diritto al ritorno” verrà preteso e ottenuto da qualche leader palestinese, l’Unrwa aiuta concretamente gli estremisti ad impedire la pace e a continuare la guerra per l’annientamento di Israele. E, paradossalmente, questa politica contro la pace viene in gran parte finanziata dai paesi occidentali, e in particolare dagli Stati Uniti che sono sempre stati il maggiore contribuente dell’Unrwa alla quale, dal 1950, hanno versato circa 4,4 miliardi di dollari. Alcuni membri del Congresso hanno capito cosa sta succedendo e intendono fare qualcosa. Il senatore Mark Kirk (repubblicano, dell’Illinois) sta lavorando a un emendamento del disegno di legge sui finanziamenti all’estero per l’anno fiscale 2013 che stabilirebbe per la prima volta come politica degli Stati Uniti quella di definire “profugo palestinese” solo un vero profugo palestinese e non un suo figlio, nipote o pronipote, e nemmeno chi si fosse reinserito acquisendo la cittadinanza di un altro paese. L’emendamento Kirk richiederebbe al Segretario di stato di riferire al Congresso quanti palestinesi che usufruiscono dei servizi Unrwa corrispondano effettivamente alla definizione di profugo internazionalmente riconosciuta. Anche Howard Berman (democratico, della California), autorevole membro della commissione affari esteri della Camera dei Rappresentanti, sta studiando delle proposte di legge su questo tema volte a garantire perlomeno che i discendenti dei profughi siano catalogati come tali e cioè, con inconsueta chiarezza, non come profughi bensì appunto come “discendenti di profughi”. Costoro potrebbero continuare ad accedere ai servizi dell’Unrwa, ma come “cittadini dell’Autorità Palestinese”, che possono aspirare a diventare cittadini di uno stato palestinese se e quando i palestinesi arriveranno alla conclusione che istituire uno stato palestinese vale il prezzo da pagare: la rinuncia al sogno di distruggere lo stato ebraico. Purtroppo sono ancora troppo pochi i palestinesi giunti a questa conclusione. Se il Congresso riuscisse a imporre un colpo di freno all’Unrwa, forse altri si aggiungerebbero.
(Da: Israel Hayom, 10.5.12)
Nell’immagine in alto: la pubblicistica e la propaganda palestinesi raffigurano costantemente ed esplicitamente il “diritto al ritorno” come la cancellazione di Israele dalla carta geografica.
Israele non è 'legittimato' dalla Shoà
post pubblicato in Diario, il 11 maggio 2012
Di Einat Wilf
Vi sono coloro – troppi – che pensano che senza la Shoà non esisterebbe Israele. La maggior parte di costoro lo pensa in buona fede. Lo stesso presidente americano Barack Obama, nel suo “discorso al Cairo” del 4 giugno 2009 disse che “il riconoscimento delle aspirazioni degli ebrei a un focolare nazionale è radicato in una tragedia storica che non può essere negata”. Il presidente americano voleva prendere posizione contro il negazionismo parlando proprio in una capitale del mondo arabo. Ma non ha capito che, ribadendo l’azzardata equazione che lega la nascita di Israele alla Shoà, avrebbe solo riattizzato la motivazione a negare la Shoà da parte di coloro che continuano a sostenere, come hanno sempre fatto, che Israele non sarebbe uno Stato legittimo. La negazione della Shoà, la sua minimizzazione (“sei milioni è una cifra esagerata”), la sua equiparazione (“esistono altri genocidi e pulizie etniche, la Shoà non è diversa”), il suo ribaltamento (“ciò che i nazisti hanno fatto agli ebrei è ciò che gli ebrei fanno ad altri”), la sua marginalizzazione (“anche tanti altri sono stati uccisi durante la guerra”) o ancora la Shoà per “associazione” (“i palestinesi sono le vittime collaterali della Shoà”) sono tutte facce differenti del medesimo tentativo di privare Israele di quella che sembra essere la sua più forte e inconfutabile fonte di legittimità. La bufala secondo cui i palestinesi sarebbero le “vittime di riflesso dei crimini commessi in Europa” è forse la più pericolosa di queste menzogne perché può apparire del tutto logica a un orecchio non avveduto. Secondo questa favola, dopo la seconda guerra mondiale, quando divenne chiaro che la soluzione finale non era stata finale e che gli ebrei sopravvissuti non erano ben accetti in Europa, gli europei avrebbero deciso di “scaricare” i “loro” ebrei addosso agli arabi indifesi che vivevano nei paesi sotto il controllo dell’Europa colonialista. Questa soluzione, comoda per l’Europa, avrebbe portato allo sfollamento di centinaia di migliaia di arabi palestinesi che si sarebbero ritrovati da allora senza terra e sotto occupazione. Ma non è vero che Israele esiste perché ad un tratto gli europei avrebbero deciso di riversare i loro ebrei in un Medio Oriente colonizzato. Israele esiste perché gli ebrei hanno ardentemente voluto e costruito la sua esistenza ben prima della Shoà. Il moderno Stato d’Israele esiste perché gli ebrei che l’hanno creato si sentivano i discendenti degli israeliti e dei giudei che furono sovrani in questa terra nei tempi antichi, e hanno pagato un prezzo altissimo per preservare la propria esistenza come popolo. Il moderno Stato d’Israele esiste perché per secoli, per millenni, gli ebrei hanno tenuto in vita l’aspirazione alla Terra d’Israele terminando il Seder di Pessah (il rito pasquale) con l’augurio: “l’anno prossimo a Gerusalemme”. Il moderno Stato d’Israele esiste grazie alla visione di pensatori e leader ebrei che seppero capire come gli sconvolgimenti in corso tra la fine del XIX e la prima metà del XX secolo offrissero la possibilità di trasformare la speranza messianica del ritorno in Terra d’Israele in un progetto politico concreto, e furono capaci di mobilitare simpatie e sostegno attorno al loro progetto. Israele ha visto la luce dopo la seconda guerra mondiale non “grazie” alla Shoà, ma grazie alla dissoluzione dell’Impero Britannico. Esattamente come India e Pakistan sono arrivati all’indipendenza in quegli stessi anni senza nessuna Shoà, lo stesso sarebbe accaduto per Israele. Pensare che solo quel “male assoluto” contro gli ebrei avrebbe potuto conferire legittimità a uno Stato per gli ebrei equivale a negare agli ebrei ciò che viene normalmente riconosciuto a tutti gli altri. Prima o poi il popolo ebraico avrebbe creato il proprio Stato, sull’onda della liberazione dei popoli in tutto il mondo. La sua visione, la sua determinazione, il suo lavoro e la sua volontà di battersi per il proprio Stato avrebbero garantito comunque il risultato. Presentare Israele come frutto della Shoà significa negare il sionismo, il che significa sottrarre agli ebrei la loro solidarietà, la loro storia, i loro legami storici con la Terra d’Israele e il loro desiderio di ristabilirvi la propria indipendenza. Il che significa cancellare tutto ciò che è stato scritto, fatto e realizzato dal sionismo prima della seconda guerra mondiale. Il tutto per fare d’Israele una sorta di progetto coloniale scaturito dal senso di colpa degli europei, invece di quello che è realmente: il progetto di liberazione nazionale di un popolo autoctono che reclama l’indipendenza sulla propria terra natale. Quando commemora la Shoà, Israele non piange soltanto ciò che è stato, ed è perduto. Piange anche la più grande tragedia, la più grande sconfitta del sionismo. Nessun israeliano si sogna di “rallegrarsi” della Shoà come d’una fonte di legittimità del suo Stato. Gli israeliani piangono la visione di uno Stato che avrebbe potuto essere la casa di tantissimi altri, ormai irrimediabilmente scomparsi. “Mai più”, si proclama dopo la Shoà. Non è per via della Shoà che il sionismo ha voluto uno Stato per gli ebrei. Ma è grazie al fatto che questo Stato oggi esiste che la Shoà non avverrà mai più. (Da: Israël-Infos, 20.4.2012)
Nella foto: Einat Wilf, autrice di questo articolo, è capogruppo alla Knesset di Ha'atzmaut (Indipendenza, la formazione che fa capo a Ehud Barak) e presidente della Commissione parlamentare per le relazioni con le comunità ebraiche nella Diaspora
La memoria
post pubblicato in Diario, il 27 gennaio 2011
La Memoria di quei sei milioni deve servire anche a questo, a stare a testa alta e dire Basta, non ci ammazzerete piu'.
Basta a chi brucia le bandiere, Basta a chi tace di fronte alle minacce di sterminio di Ahmadinejad, Basta a chi calunnia e demonizza Israele, unica nazione al mondo minacciata nella sua esistenza!
Non lo vogliamo piu'.
Hanno divorato 6 milioni, non sono ancora sazi ma noi abbiamo raggiunto il limite, oggi abbiamo un esercito che ci difende, benedetto sia.
Niente piu' Inquisizione, niente piu' Auschwitz, niente piu' Babi Yar, fosse comuni, Bergen Belsen, Treblinka.
Basta terrorismo in casa nostra. Basta stragi di ebrei.
Oggi ci difendiamo.
Shema' Israel.
Deborah Fait
I liberalissimi
post pubblicato in Diario, il 3 gennaio 2011
Esiste un dibattito di grande ispirazione liberale, contrario a instaurare forme di censura o atti repressivi verso l’opinione antisemita, cioè verso la libertà di pensare, per fare un esempio qualsiasi, che gli ebrei hanno la coda e ci giocano a golf. Si dice liberalissimamente che le azioni volte a censurare il pensiero non favoriscano l’evoluzione del pensiero. Forse è vero. Ma non c’è un liberalissimo che dica qualcosa se la Fiom propone di costringere un omologo sindacato a uniformarsi alle posizioni dei sindacati europei, boicottando la nazione dove quel sindacato opera – Israele. Certo, se voglio costringere un’organizzazione a pensarla come la mia organizzazione, è arduo trovare una qualche evoluzione del pensiero. Si trova solamente che gli operai israeliani devono lottare per far morire di fame le proprie famiglie. E che l’antisemitismo è ciò che resta del socialismo.
Il Tizio della Sera
Aria
post pubblicato in Diario, il 2 dicembre 2010
Dal viceministro per l’informazione dell’Autorità Palestinese, Al-Mutawakil Taha, giunge l’utile informazione che il Muro Occidentale, superficialmente chiamato per secoli Muro del Pianto, non è ebraico. E’ meramente induttivo che Gerusalemme non è ebraica, né sono ebraiche Tel Aviv e Haifa; come è fluidamente chiaro che il deserto del Negev non è ebraico, pur essendo deserto e quindi una concessione che poco impegna. Andando di seguito e spicciandoci, non è effettualmente ebraica la lingua ebraica, e non possono costituirsi come ebraici i titoli letterari che seguono e che riportiamo in lingua non ebraica per restaurare un minimo di chiarezza: il Genesi, il Patto di Abramo con il Creatore, subdolamente chiamato con nome ebraico. Non sono ebrei Isacco e Giacobbe. E Giuseppe, è inutile sottolinearlo, non è certo un nome ebraico, se no lo è anche Roberto. Non sono ebraici, non scherziamo, il Levitico, il Deuteronomio, le leggi che vi sono contenute, e i Comandamenti non se ne parla (NdA: i Comandamenti sono probabilmente turchi) . E figuriamoci se sono ebraici i Re, i Giudici, i Profeti, ebraiche le Haftarot, ebraici il Talmud, la Mishnà, e a proposito, i Proverbi. I Salmi poi sono tipicamente non ebraici. Ne segue, ed è assiomatico, che gli ebrei insediati nel territorio chiamato con espressione ebraicizzante Israel, così come i loro consanguinei sul pianeta, non costituiscono ad alcun titolo soggetto giuridico e non possono detenere una proprietà ebraica, essendo nell’insieme un soggetto sia a-storico che a-utistico. E dunque, e men che meno, gli ebrei sono o possono definirsi ebrei, posto che non esiste una reale ebraicità: essa è una mera rappresentazione onirica e questa gente dovrebbe curarsi in massa. Gli ebrei sono senza terra, sono senza lingua e sono senza sé. Per questo non si sono mai accorti di non esistere. Non esistono. Siamo un’altra volta uomini d’aria.
Il Tizio della Sera
Davar Acher - Popolo, religione, fedeltà
post pubblicato in Diario, il 2 novembre 2010
C’è un tratto comune fra le recenti polemiche contro l’introduzione nella legislazione israeliana di un giuramento di fedeltà per i nuovi cittadini allo “stato ebraico e democratico” e il brutto libro di Shlomo Sand la cui traduzione italiana ha avuto nelle settimane scorse un forte lancio pubblicitario. Il tratto è esplicitato dal titolo del libro di Sand: “L’invenzione del popolo ebraico”. Chi ha polemizzato contro la nuova legge sul giuramento o sull’equivalente richiesta di riconoscimento nelle trattative coi palestinesi di Israele come stato ebraico, ha argomentato che non fosse democratico imporre a tutti i cittadini un’adesione religiosa. Perché il giuramento secondo loro avrebbe imposto questo, una scelta religiosa. L’ha fatto ovviamente l’autorità palestinese, l’hanno fatto i vescovi del famigerato sinodo appena concluso e l’hanno fatto anche alcuni ebrei, fra cui, si parva licet…, Tobia Zevi in una opinione pubblicata su questo sito. L’idea comune a tutte questa posizioni è che la definizione di qualcosa come “ebraico” sia una qualificazione essenzialmente religiosa. Per dirla con la quarta di copertina del libro di Sand, “forse l’ebraismo è soltanto un’affascinante religione”. Lasciamo stare il “forse” che è farina del sacco dell’editore, Sand ne è sicuro; ignoriamo anche l’adulazione sul “fascino” dell’ebraismo, che non è seria. Resta l’affermazione centrale per Sand e i cosiddetti “postsionisti” che l’ebraismo è “soltanto” una religione – cioè niente per loro che non credono. Nessuno nega che l’ebraismo sia una religione, ci mancherebbe. Ma “soltanto” vuol dire soprattutto che non è anche altro, cioè che non è un popolo o una nazione. E una religione, per la sua definizione moderna, che si modella sul cristianesimo, in particolare su quello protestante, non ha e non deve avere diritto a governare una terra. Sand ragiona da un lato accumulando ragionamenti più o meno bizzarri per dimostrare che le nazioni non esistono, che sono un’invenzione capitalistica dell’Ottocento al fine di manipolare le masse, cita per questo Stalin (con qualche critica minore ma sostanziale rispetto) oltre ad alcuni storici sociologi e antropologi ancor più ideologici di lui, se fosse possibile. Non ci sono le nazioni (non ci “devono” essere per il politically correct, come ha spiegato di recente su “Repubblica” Ulrich Beck, e secondo lui l’Unione Europea ha il merito di depotenziarle). A maggior ragione non deve esserci quella ebraica, come ha scritto anche qualche giorno fa un altro critico dell’idea di uno stato ebraico e democratico, Gad Lerner). Anche in questo la battaglia per Israele è una battaglia per l’Europa, sostiene Lerner: se il patriottismo ebraico non fosse sconfitto, rischierebbe di fallire l’operazione di denazionalizzazione dell’Europa, che è uno dei cardini della correttezza politica nel nostro continente. In seguito Sand intesse un improbabile romanzo storico indiziario intorno al tema delle conversioni di massa all’ebraismo come quella dei Kuzari mille anni fa, da cui si dedurrebbe che gli ebrei attuali non sarebbero i discendenti di quelli biblici, anzi che i veri pronipoti dei patriarchi sarebbero i palestinesi: inversione tipica dell’odio di sé: noi non siamo nulla, i veri ebrei sono gli altri. Gli storici seri hanno stroncato la tesi di Sand, perfino la biologia mostra che esistono dei marcatori genetici che confermano la parentela degli ebrei di tutto il mondo al di là della dispersione. Ma la tesi dell’inesistenza del popolo ebraico è troppo bella per essere abbandonata dal politically correct. Farebbe della creazione di Israele un’operazione coloniale o un risarcimento eccessivo e ingiusto per la Shoà, proprio come dicono gli arabi. Eliminerebbe la nozione di popolo eletto e la continuità dell’ebraismo con la vicenda biblica, proprio come vorrebbero vescovi come Williamson (il lefebvriano all’estrema destra della Chiesa) e Bustros e Sabah (i vescovi arabi che piacciono all’estrema sinistra). Permetterebbe perfino di eliminare il concetto di genocidio (senza un ghenos…) e di assimilarlo a una qualunque repressione ideologica di una corrente nemica al potere. Giustificherebbe la tradizione antigiudaica della Chiesa, che in fondo avrebbe sempre avuto a che fare con dei finti ebrei, dei giudeizzanti, degli eretici qualunque, da reprimere come tutti ad maiorem Dei gloriam. Spiegherebbe perché i progressisti di tutto il mondo devono giustamente diffidare di uno stato teocratico e di una finta nazione. Insomma, sarebbe un affarone per tutti. Salvo che per gli ebrei, naturalmente. Eppure non è così. L’appartenenza all’ebraismo, non è solo religione, ma popolo e nazione. Tobia Zevi, che notoriamente viene da una famiglia piuttosto laica dovrebbe poterlo testimoniare personalmente, anche se la sua ideologia gli fa velo. Metà dell’ebraismo mondiale e forse più, soprattutto in Israele è pochissimo sensibile a faccende religiose. Il Tanach ci testimonia abbondantemente che il popolo ebraico nella storia ha spesso tradito la sua religione: pagandone il prezzo terribile, secondo la teologica politica biblica, ma restando comunque ebraico. La stessa narrazione della Torah ci mostra la rivelazione del Sinai come posteriore alla costituzione delle istituzioni politiche del popolo uscito dall’Egitto (i capi di dieci, di cento e di mille, suggeriti fra l’altro da uno straniero, Itrò). L’istituzione del regno contro il volere divino è un altro momento delle Scritture che attesta della coscienza antica di una duplicità fra religione e nazione. Insomma non solo nel disincanto religioso contemporaneo, ma nella stessa nostra tradizione religiosa risulta che l’ebraismo non è semplicemente una religione, ma una nazione e un popolo; e che di conseguenza non è affatto contraddittoria l’idea di uno stato ebraico e democratico e di conseguenza laico. Chi lo nega, anche all’interno dell’ebraismo come Zevi e Lerner, subisce semplicemente e riproduce l’egemonia della propaganda anti-israeliana.
Ugo Volli
Dal Golem a Jean Luc Godard la bugia è sul grande schermo
post pubblicato in Diario, il 28 ottobre 2010
L’ antisemitismo d’ispirazione cristiana, largamente diffuso nella società europea, ha influenzato fortemente la rappresentazione degli ebrei nella letteratura e le arti visive. Neanche il cineasta Jean Renoir, le grande humaniste, riuscì a evitare stereotipi antisemiti quando mise in scena personaggi ebrei. In La Grande Illusion il tenente Rosenthal, interpretato da Marcel Dalio, è un ricco ebreo, proveniente da una famiglia di banchieri di origini straniere, mentre il party decadente de La Règle du Jeu è organizzato dall’ebreo Robert de La Chesnaye. L’ebreo ricco, straniero, immorale, decadente. Sono solo alcuni degli stereotipi dell’antisemitismo tradizionale dell’Europa cristiana che saranno poi ripresi e amplificati dalla propaganda nazista. Il Golem del 1920 è una rappresentazione ambivalente degli ebrei visti, nello stesso tempo, come vittime e oppressori. Ispirandosi alla nota leggenda del rabbino Loew di Praga e della creazione del Golem, il regista Paul Wegener raffigura gli ebrei come una minoranza senza diritti, vittima di un potere autoritario ma, anche, come outsider pericolosi, capaci di trasformarsi e nascondersi tra i gentili e corromperne la purezza. In seguito, Paul Wegener lavorò in film di propaganda nazista e non a caso troviamo somiglianze tematiche e strutturali tra Il Golem e il tristemente famoso Suss l’Ebreo, il film paradigma del cinema nazista, nel quale tutte le potenzialità antisemite de Il Golem furono realizzate. Centrale, nel Suss di Veit Harlan, è l’idea dell’ebreo capace di camuffarsi in un non ebreo mantenendo intatta la sua essenza ebraica: è l’ossessione nazista per l’ebreo assimilato, impossibile da distinguere dagli altri. Insieme a questo tema, il film propone altri stereotipi: il cosmopolita senza patria, il parassita, il depravato che corrompe le donne gentili e rappresenta un pericolo per la purezza della razza, lo sfruttatore/capitalista che succhia il sangue delle classi popolari, il rivoluzionario, l’anarchico e il cospiratore. Il film ebbe un grandissimo successo e fu proiettato per preparare la popolazione alle deportazioni dei concittadini ebrei. Speciali proiezioni furono organizzate per i soldati incaricati dei rastrellamenti e delle deportazioni. Suss l’Ebreo fu un potente mezzo di trasmissione di costrutti antisemiti alle masse. Questi stereotipi continueranno, seppure in maniera più sottile, a essere usati nel cinema europeo: un esempio è La Terra della Grande Promessa del 1974. Qui, il regista Polacco Andrzej Wajda introducendo il personaggio della tentatrice ebrea, insaziabile di cibo e denaro, che porta alla rovina gli uomini che incontra, all’interno di una storia di nobili polacchi decaduti e un gruppo di ebrei stranieri arricchiti, perpetua stereotipi antisemiti. Assistiamo a una sorta di cortocircuito quando il cinema, usato in Europa per attaccare gli ebrei, è, negli Stati Uniti, a sua volta, attaccato perché in mano agli ebrei. Hollywood, creata da immigrati europei chiamati Goldwyn, Fox, Mayer, Warner, ispirati dalla tradizione del teatro Yiddish, fu, infatti, oggetto di attacchi virulenti da parte degli antisemiti. Già negli anni che precedettero la Grande Depressione, rappresentazioni dell’ebreo ispirate a Shylock o Giuda, (l’antico pregiudizio usato per esprimere una crescente antipatia verso gli immigrati) e storie di cospirazioni ebraiche (alimentate dalla diffusa paura per i cambiamenti sociali causati dalla modernità) iniziarono a comparire sui giornali e nella letteratura americani. In un libro per ragazzi, Tom Swift and His Talking Pictures (Tom Swift e i suoi film) scritto da Victor Appleton nel 1928, il giovane protagonista Tom Swift deve confrontarsi con un gruppo di magnati del cinema ebrei e il loro anarchico agente Jacob Greenbaum, per il controllo di una favolosa invenzione: la televisione. Nel 1941 il celebre aviatore e isolazionista Charles Lindbergh (lo stesso Lindbergh che Philip Roth immagina presidente di un’America sempre più ostile verso gli ebrei ne Il Complotto contro l’America) dichiarò: “il più grande pericolo per questa Nazione (gli USA) risiede nella grande influenza e controllo che gli ebrei hanno sul cinema”. Dopo la guerra e la scoperta dei campi di concentramento nazisti, s’iniziarono a registrare delle reazioni all’antisemitismo della società americana. Il 1947 è l’anno di due film molto diversi tra loro: Barriera Invisibile e Oliver Twist. Elia Kazan, firmando la regia di Barriera Invisibile, mette in scena la storia di Philip Green, un affermato giornalista, che, incaricato di scrivere un reportage sull’antisemitismo nella società americana, si finge ebreo sperimentando, così, in prima persona il diffuso pregiudizio antiebraico. Nel film l’ebreo Green, essendo in verità non ebreo, manca dei manierismi dello stereotipoantisemita, ma è odiato lo stesso per la sua presunta identità. Prodotto da Daryl Zanuck, Barriera Invisibile è un film interessante: la discriminazione antiebraica è denunciata perché ingiusta in quanto nega l’uguaglianza tra gli uomini, ma la condanna arriva nel momento in cui a soffrirne è un non ebreo, al quale lo status di eguale non può essere negato. Fresco del successo ottenuto in Inghilterra, l’Oliver Twist di David Lean, fu oggetto di pesanti polemiche che ritardarono la sua distribuzione negli Stati Uniti. Il Consiglio rabbinico di Manhattan e l’Anti Defamation League esercitarono pressioni sul governo americano affinché il film fosse vietato. Albert Deutsch, in un editoriale del New York Star, dichiarò che il film avrebbe provocato ondate di antisemitismo. Se alcuni videro dietro queste proteste un sentimento antibritannico che rifletteva la critica dell’opinione pubblica ebraica alle politiche messe in atto dal governo di Londra nella Palestina del Mandato, è vero che il Fagin interpretato da Alec Guiness, ripugnante e malvagio, col grosso naso, ricalcava quegli elementi dell’antisemitismo tradizionale utilizzati più volte dai nazisti soltanto qualche anno prima. Una versione tagliata e rimontata di Oliver Twist fu distribuita negli Stati Uniti solamente nel 1951, mentre in Israele il film non fu ammesso. Oggi l’antisemitismo si diffonde, senza resistenze, mascherato da antisionismo. Gli attacchi al diritto di esistere di Israele sono attacchi contro gli ebrei. Horsemen without a Horse è una serie televisiva egiziana che narra i tentativi di un gruppo di ebrei di nascondere l’esistenza dei Protocolli dei savi di Sion, mentre la serie Siriana Al - Shattat racconta la storia degli ebrei come una storia orientata dalla brama di controllo del pianeta. L’antisemitismo arabo fa uso degli stessi stereotipi e immagini dell’antisemitismo europeo cristiano metodicamente utilizzati dai nazisti. Jean- Luc Godard in Ici et ailleurs (Qui e altrove, 1976) montava in sequenza un ritratto di Hitler, una foto di Golda Meir e l’immagine del cadavere carbonizzato di un palestinese. In Notre musique (2004) Godard narra una storia in cui gli ebrei sono usciti dai campi di concentramento per cacciare i palestinesi dalla loro terra. Il film mescolando riflessioni sul cinema, la Shoah, Israele, la Palestina, il genocidio degli indiani d’America e la guerra in Bosnia, utilizza il pregiudizio antisemita per mettere in scena un presunto senso di colpa ebraico verso Israele e allontanare così i fantasmi delle persecuzioni. Dopo tanti film usati per attaccare gli ebrei, ecco un film intellettualistico, che equipara vittime e aggressori e, ancora una volta, scarica le colpe dell’Occidente sugli ebrei. Rocco Giansante da moked.it
Il punto di vista degli ebrei d’Israele
post pubblicato in Diario, il 25 ottobre 2010
La maggior parte degli ebrei israeliani è favorevole al “giuramento di lealtà” (la proposta governativa di modificare il giuramento di fedeltà dei neo-cittadini allo “stato d’Israele” in un giuramento di fedeltà allo “stato ebraico e democratico di Israele”). Personalmente appartengo alla minoranza di coloro che non sono favorevoli. Tuttavia posso capire come mai molti ebrei che difendono la piena uguaglianza di diritti civili finiscono per approvare la nuova versione della dichiarazione di fedeltà. La mia opinione è che i leader della comunità araba israeliana sono in buona parte responsabili per questo sviluppo. Il giuramento di lealtà costituisce una sorta di “pertinente risposta ebraica” ai vari Hanin Zoabi, Azmi Bishara, al Movimento Islamico israeliano e ai “Documenti sull’Identità” che la dirigenza araba israeliana va elaborando da qualche tempo a questa parte. Sono mosse che vengono percepite come una esagerata sfida al carattere ebraico dello stato d’Israele. Cercherò di dare espressione alle voci che provengono dell’“ebreo della strada”. Israele è in conflitto con la maggior parte dei paesi arabi. I cittadini arabi d’Israele sono strettamente legati ai loro fratelli arabi nei territori occupati e nella “diaspora” palestinese, e costituiscono parte integrante della grande nazione araba, che deve ancora decidere sul significato del legame che lega le sue varie parti. La natura di tale legame non trova concordi nemmeno gli intellettuali arabi israeliani. Ad esempio, l’ex parlamentare arabo israeliano Azmi Bishara, ora incriminato e latitante all’estero, a un certo punto ammise apertamente che “il popolo palestinese” è in gran parte un’invenzione intesa ad adattare le rivendicazioni degli arabi che vivono in Terra d’Israele/Palestina al lessico che ha più corso a livello globale, benché di fatto esso non sia altro che una comunità di “siriani del sud”. E dunque, a che titolo dei “siriani del sud” dovrebbero prendere parte al dibattito sull’identità nazionale dello stato, e che genere di diritti possono rivendicare i seguaci del Movimento Islamico che considerano il mondo di tutti i fedeli musulmani come un’unica regione politica? Il Medio Oriente è una regione povera e arrabbiata, governata da regimi dittatoriali; una regione che opprime le minoranze e disprezza i diritti umani; una regione caratterizzata da smisurato fanatismo religioso e da una pletora di conflitti etnici e religiosi. L’antisemitismo vi dilaga nelle sue forme più schiette ed esplicite. Negli ultimi anni abbiamo assistito a diversi esempi raccapriccianti che attestano l’atteggiamento dalle società arabe e musulmane verso coloro che non sono arabi e musulmani, o che semplicemente non piacciono ad altri arabi e musulmani: Iran, Sudan, Mauritania, Iraq, Afghanistan. I rapporti all’interno della stessa società palestinese suscitano angoscia fra gli ebrei d’Israele. Allo stesso tempo, il mondo arabo e musulmano conta schiere di intellettuali che mancano della minima capacità di introspezione: danno a tutti quanti la colpa per il pietoso stato in cui versa il Medio Oriente, tranne beninteso che ai mediorientali stessi e alle culture da essi prodotte. Gli arabi israeliani tendono a chiedere: cosa ha a che fare tutto questo con noi? E l’ebreo della strada tende a rispondere, come fanno tipicamente gli ebrei, con un’altra domanda: è mai possibile che gli arabi cittadini d’Israele, minuscola frazione della grande nazione araba, siano totalmente diversi dai loro fratelli arabi riguardo a disposizione d’animo, cultura, attitudine alla democrazia? L’ebreo della strada si pone anche svariate altre domande: i nostri concittadini arabi chiedono che Israele si comporti verso di loro secondo i più nobili standard umani, ma nello stesso tempo non dicono una parola di critica verso le ingiustizie che predominano nel mondo arabo. Questi nostri concittadini arabi non hanno proprio nulla da dire sull’atteggiamento verso la minoranza dei cristiani copti in Egitto, o quella verso gli sciiti negli stati sunniti del Golfo, o sulla tirannia alawita in Siria? “Se non siete disposti a criticare i vostri fratelli arabi – pensa l’ebreo della strada in Israele – vuol dire che i vostri codici di valori non sono poi così diversi dai codici di valori che predominano fra la vostra gente. Non si può comodamente ricoprire due ruoli diversi: come cittadini d’Israele avanzare rivendicazioni che solo in Israele si possono avanzare, e allo stesso tempo proclamare che si è cittadini d’Israele contro la propria volontà e che la propria commossa solidarietà va tutta a un mondo che disprezza Israele e che ospita una grande quantità di antisemiti dichiarati. “E già che siamo in tema – conclude l’ebreo della strada – devo ancora sentire una sola parola di reazione da parte dei nostri concittadini arabi al recente discorso tenuto da Ahmadinejad in Libano nel quale il presidente iraniano dava la colpa al sionismo, oltre a tutto il resto, nientemeno che del cambiamento climatico”.
(Da: YnetNews, 23.10.10 di Yarov London) Nella foto in alto: Una recente manifestazione di arabi israeliani Perché non si può dire che Israele è lo stato ebraico? Un ostacolo alla pace dove meno ce lo si aspetterebbe
Perché non arriva la pace
post pubblicato in Diario, il 19 luglio 2010
Tutti i tentativi di imporre uno stato palestinese (le proposte di soluzione “a due stati”) sono destinati al fallimento per una semplice ragione: gli arabi palestinesi non vogliono questo stato. Essi non costituiscono una nazione, un popolo: il loro nazionalismo non si fonda su un’unica identità linguistica, storica, culturale o religiosa; il suo fine primario è spazzare via lo stato d’Israele e i suoi abitanti ebrei. Pertanto qualunque forma di “statualità” palestinese che accetti il diritto di Israele ad esistere è, per definizione, impossibile. La cosa è chiaramente evidente nelle Carte costitutive dell’Olp e di Hamas. Il “palestinismo” non è un’identità nazionale, bensì una costruzione politica sviluppata come parte di un’agenda terroristica, quando l’Olp venne formata nel 1964. Era un modo per distinguere fra arabi ed ebrei, e fra gli arabi che vivevano in Israele prima del 1948 e gli altri arabi. La definizione “arabi palestinesi” non è un’invenzione straniera o colonialista: è la locuzione con cui essi usavano descrivere se stessi nei loro documenti ufficiali. La loro identità venne fondata su un mito: il solo scopo era “la liberazione della Palestina, compreso ciò che oggi è Giordania. Gli arabi che vivevano in Palestina non consideravano se stessi separati dalla più ampia nazione araba, come risulta dai documenti dell’Olp. Si accodarono al mufti filo-nazista Haj Amin Hussein non perché egli esprimesse la loro identità nazionale, ma per via del suo odio contro gli ebrei. Non definiscono la loro lotta come il raggiungimento dell’indipendenza a fianco di Israele: il loro obiettivo è sostituirsi a Israele. Perciò le proposte di soluzione “a due stati”, con la statualità palestinese come obiettivo territoriale, di fatto sono la negazione del palestinismo. Tali soluzioni significherebbero la fine del palestinismo e della loro lotta per sradicare Israele. Il che spiega come mai nessun leader arabo “palestinese” accetterà di accondiscendere agli interessi occidentali e sionisti, e come mai per loro scendere a compromessi equivalga a un’eresia. Statualità (accanto a Israele) significa sconfessare la “Naqba” (catastrofe), che coincide con la nascita dello stato di Israele nel 1948, e ammettere che tutto ciò per cui si sono battuti e sacrificati è stato vano. Statualità (accanto a Israele) significa lasciar perdere cinque milioni di arabi che vivono nei 58 cosiddetti “campi profughi” sponsorizzati dall’Unrwa in Giudea, Samaria, striscia di Gaza, Libano, Siria e Giordania, e le centinaia di migliaia sparsi in giro per il mondo: che non sarebbero più considerati “profughi”, con la perdita secca di più di mezzo miliardo di dollari che l’Unrwa riceve ogni anno. Statualità (accanto a Israele) significa abbandonare la “lotta armata”, che è il fulcro della loro identità: significa che il concetto di palestinismo, creato dall’Olp, accettato dall’Onu e dai mass-media ed anche dai politici israeliani, era solo un’invenzione, una falsa identità, con falsi scopi. Il che comporta che le loro sofferenze sono state inutili. Statualità (accanto a Israele) significa assumersi responsabilità e porre fine all’indottrinamento, all’istigazione e alla violenza. Significa fare i conti con i miti dell’“archeologia palestinese”, della “società e cultura palestinese” e costruire un autentico nazionalismo, istituzioni e strutture nella trasparenza. Significa anche, naturalmente, porre fine al conflitto, e farla finita con il terrorismo come politica ufficiale, e farla finita con la guerra civile fra islamisti e laici, fra tribù e clan rivali, e farla finita con la corruzione, l’illegalità e l’arbitrio; significa dare vita a un vero governo democratico. Nessuna costruzione artificiale imposta dall’esterno può surrogare alla creazione di un genuino processo di edificazione nazionale dall’interno. Paradossalmente il “palestinismo” è il maggiore ostacolo alla nascita di uno stato palestinese a fianco di Israele, e alla stabilità nella regione.
(Da: YnetNews, 15.07.10 Di Moshe Dann)
Nell’immagine in alto: Come graficamente mostrato dalla mappa, tutta la pubblicistica palestinese identifica la “Naqba” (catastrofe) con la nascita dello stato di Israele nel 1948, e la cancellazione di Israele come unica possibile "giustizia"
Si veda anche:
Palestinesi alla deriva http://www.israele.net/articolo,2894.htm
Ecco lo Stato rifiutato dai palestinesi http://www.israele.net/articolo,2698.htm
Due stati uno accanto all’altro? Come in Vietnam? http://www.israele.net/articolo,2866.htm
La nazionalità palestinese e le dure repliche della storia: riflessioni intorno a un illuminante lapsus di Abu Mazen http://www.israele.net/sezione,,1763.htm
Se solo ascoltassimo quello che dicono
Terroristi o moderati?
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